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La farfalla e il ciclone: lo stato dell’assistenza scolastica alle persone con disabilità a Roma

Perché una alunno con disabilità dovrebbe essere affiancato a scuola da personale specifico? Non è scritto forse che tutti gli esseri umani, senza distinzione, “nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” (Art. 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani, 1948) e che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale” (Art. 3 della Costituzione Italiana, 1948)?


Chi si trova in una situazione di handicap, non si differenzia in nulla, nel suo essere persona, dal resto dell’umanità e gode degli stessi diritti. E’ noto. Ma un cittadino con disabilità è portatore anche di bisogni speciali. Una comunità che non sia in grado di accoglierli o -peggio ancora- di rilevarli, rischia di non garantire a tutti i suoi membri i diritti fondamentali.

Nella Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (3 maggio 2008) si delinea il concetto di “Progettazione Universale” come “una progettazione di prodotti, strutture, programmi e servizi utilizzabili da tutte le persone, nella misura più estesa possibile, senza il bisogno di adattamenti e di progettazioni individualizzate” (Art. 2).

Benché molto abbia fatto nel lavoro di integrazione di chi è diverso, la scuola, al momento, è un’istituzione che solo in parte risponde al criterio della Progettazione Universale, la quale però, in questi casi “non esclude dispositivi di sostegno per particolari gruppi di persone con disabilità, ove siano necessari” (Art. 2).

Tali “dispositivi di sostegno”, nella scuola attuale si chiamano insegnante di sostegno e AEC (Assistente Educativo Culturale) e sono necessari proprio per garantire a tutti, soprattutto agli alunni con disabilità, il rispetto dei diritti fondamentali. Ecco perché oggi è necessario affiancare un alunno con disabilità con personale specifico.

Quando un alunno speciale si trova di fronte a qualcosa che “non può fare”, i “dispositivi di sostegno” si attivano alla ricerca di un modo diverso in cui “si possa fare”, di un’altra strada da percorrere per andare insieme nella stessa direzione. Solo così è possibile passare dalla semplice integrazione (grazie alla quale si accetta il diverso all’interno di un gruppo) all’inclusione, per la quale tutti i membri del gruppo sono alla pari ed hanno eguale dignità e importanza, pur ognuno con le sue differenze.

Mentre l’insegnante di sostegno è impegnato in gran parte nell’ambito didattico e formativo, l’AEC si concentra maggiormente sugli aspetti educativi concernenti l’autonomia e la relazione interpersonale. Ovviamente i due ambiti di intervento sono strettamente interconnessi, con confini sfumati e vaste aree di sovrapposizione. Vengono qui distinti solo per comodità di esposizione.

Tuttavia il ruolo professionale dell’insegnante di sostegno è abbastanza definito, almeno sulla carta. Quello dell’AEC no. A cominciare dal nome. In tutto il resto del territorio italiano queste figure si chiamano Assistenti Educatori: due sostantivi che definiscono due livelli di intervento; a Roma si è pensato bene di denominare tale figura Assistente Educativo Culturale: un sostantivo con due aggettivi (di cui il secondo davvero curioso), che si riferiscono ad una sola modalità di di intervento di tipo assistenziale.

Per comprendere meglio quanto ciò sia contraddittorio, iniziamo a definire a quali alunni si affianca l’AEC: bambini con disabilità motorie, con disabilità sensoriali, con disabilità psichiche e/o intellettive, con tutte le precedenti insieme (per esempio bambini con danni cerebrali o sindromi genetiche particolarmente gravi) e infine bambini con disturbi comportamentali (disturbi da iperattività, disturbi della condotta, disturbi dell’umore, ecc.).

Cosa significa? Semplicemente che l’AEC è affiancato a tutti quegli alunni che, data la loro diversità, rischiano, loro malgrado, di trovarsi in mezzo ad un cortocircuito organizzativo perché la scuola, da sola, non è ancora in grado di tener conto di tutti i loro bisogni particolari e allo stesso tempo di continuare funzionare correttamente. Il rischio è di non vedere altro che le loro esigenze specifiche, tralasciando invece proprio i valori più fondanti e universali, come il rispetto per la dignità di ogni individuo.

E’ in questo quadro di riferimento complesso che va collocato l’intervento che l’AEC è chiamato a svolgere quotidianamente, anche a Roma.

Bene, ma chi è questo professionista? Di quali titoli, di quali competenze deve essere in possesso? Secondo il Comune di Roma, l’attestato di assistente domiciliare è sufficiente. Ma chi viene selezionato realmente? Basta ascoltare qualche operatore del settore per scoprire che la tendenza è quella di preferire laureati o laureandi in discipline umanistiche (Scienze dell’Educazione, Scienze della Formazione, Psicologia, Sociologia...) o almeno personale con molti anni di esperienza alle spalle.

Prima di rispondere alla domanda sui motivi di una discrepanza tanto evidente, diamo una rapida e sintetica occhiata a quello che gli AEC fanno tutti i giorni a scuola.

Attraverso lo strumento della relazione d’aiuto affiancano quotidianamente gli alunni a loro assegnati nello svolgimento dei compiti e nella partecipazione alle lezioni; adattano il materiale didattico nel tentativo di renderlo loro più accessibile; assistono chi ha bisogno negli spostamenti, nell’igiene personale, cercando di favorire al massimo l’autonomia; svolgono un ruolo di mediatore tra l’ambiente e le esigenze specifiche degli alunni assegnati; si impegnano a moderare e comprendere le manifestazioni emotive e comportamentali (a volte dirompenti) degli alunni che hanno difficoltà di comunicazione o di gestione degli impulsi; propongono e portano avanti assieme agli insegnanti di sostegno e di classe laboratori di attività diversificate per raggiungere obiettivi concordati; sono deputati assieme gli insegnanti, nei casi in cui sia necessario, alla somministrazione di alcuni farmaci.

In sintesi gli AEC, attraverso una relazione intensa con l’alunno assegnato, promuovono le sue capacità di autonomia, di relazione e di autodeterminazione, favorendo l’incontro con il mondo esterno e lavorando all’interno della struttura scolastica per renderla più accessibile a tutti i livelli (soprattutto quello del rispetto e della dignità di cittadino). Si tratta di professionisti  che svolgono un compito educativo multiforme che può spaziare, a seconda dei bisogni, dalla cura e stimolazione del corpo fino all’ascolto empatico e all’accoglienza di contenuti emotivi difficili da gestire.

E’ previsto tutto questo sulla carta? Dove sono gli educatori? Questo è uno dei numerosi casi in cui la realtà è ben lontana da ciò che è scritto: il profilo professionale richiesto tutti i giorni nelle scuole non è quello dell’assistente domiciliare e non basta l’alchimia linguistica di tramutare un sostantivo in due aggettivi (da Assistente Educatore, nel resto d’Italia, a Assistente Educativo Culturale, a Roma) a cambiare la realtà. Questo trucco consente però un bel risparmio alla Pubblica Amministrazione: una figura di basso profilo professionale, per altro nemmeno chiaramente definito, può costare molto meno di una con una professionalità ben delineata.

Il risultato per esempio è che, in una scuola sempre più massacrata da tagli alla spesa fatti con il machete e alla cieca, le ore con l’insegnante di sostegno assegnate ad ogni bambino diventano sempre più esigue (illegittimamente, ma poche famiglie hanno la forza e i mezzi per ricorrere al TAR), è spesso l’AEC che è chiamato a “tappare” quei buchi, senza curarsi minimamente del fatto che il suo ruolo non è sostitutivo ma in gran parte complementare a quello dell’insegnante di sostegno (che però costa molto di più).

A questo si aggiunga che da diversi anni il servizio viene dato in appalto alle cooperative sociali con dei bandi costantemente a ribasso sui costi (e se una cooperativa propone costi adeguati al servizio non ha speranza di vincere il bando), con il risultato di averlo reso una specie di giungla, senza una gestione unitaria, con contratti a progetto da tre a sei mesi, senza ferie o malattia, con paghe orarie variabili (ma sempre da fame) da 6 a 8 euro netti e spesso senza nessuna garanzia di vedersi retribuite tutte le ore concordate inizialmente poiché in molti municipi, se l’alunno seguito si assenta o la scuola è chiusa per un’assemblea sindacale, quelle ore non vengono riconosciute al lavoratore, come se l’unico modo di occuparsi di autonomia e integrazione fosse alla presenza dell’alunno stesso. Alla base c’è un errore concettuale storico che porta a non considerare che una situazione di handicap è, appunto, una situazione: essa deriva pertanto dall’interazione delle caratteristiche della persona con disabilità e il suo ambiente, perciò è inutile pensare di ridurla agendo su un elemento soltanto del sistema.

Ma l’amministrazione non tiene in nessun conto il senso e il valore dell’intervento e continua ottusamente a fare i calcoli delle ore con il pallottoliere: quelle lavorate in più per accompagnare magari l’alunno in gita devono poi essere recuperate togliendole all’alunno stesso dall’orario ordinario; durante i campi scuola le ore riconosciute all’operatore restano le stesse che avrebbe effettuato a scuola, indipendentemente dal fatto che durante il campo scuola si è in servizio per 24 ore; di ore extra per la programmazione, o almeno un coordinamento con gli insegnanti, neanche a parlarne.

Come ciliegina sulla torta quest’anno è arrivata la circolare 6435/2011 del Dipartimento dei Servizi Educativi del Comune di Roma, che di fatto impedisce all’AEC la condivisione del pasto a mensa con l’alunno seguito poiché l’operatore della cooperativa non avrebbe diritto al pasto gratuito. La conseguenza è che uno strumento di lavoro diventa inutilizzabile e gli alunni seguiti perdono delle opportunità per migliorare la loro qualità della vita. Ma questo sembra sempre essere ritenuto un problema secondario. Così non si è considerato minimamente che l’operatore in quel momento è nel pieno del suo servizio (e non in pausa pranzo!) e che senza la condivisione del pasto cambiano la situazione e la relazione: restare a mensa con gli alunni in difficoltà, seduti vicino a loro ma senza mangiare, intervenendo solo quando “qualcosa non va”, oltre ad essere uno schiaffo alla dignità del lavoratore, significa mettersi a fare la guardia e passare il messaggio, scorrettissimo, che le persone diverse vanno controllate e che non sono in grado di stare alla pari insieme agli altri.

Risparmiare sui diritti fondamentali purtroppo è una pratica che negli ultimi anni si è diffusa sempre di più (questa sì come un cancro ridondante di metastasi), complice anche la poca definizione dei profili professionali. Il mansionario dell’AEC cambia a Roma da municipio a municipio e a livello nazionale ancor di più da regione a regione. In alcuni territori il profilo è più di tipo educativo, in altri di tipo assistenziale, in alcuni si regolamenta la somministrazione dei farmaci, in altri è lasciata al buon senso. Il supporto alla didattica è definito e interpretato nei modi più svariati: dai soli laboratori ludico ricreativi al proseguire e rendere operativa la programmazione didattica.

Una figura non professionalmente definita è una figura debole, non tutelata a sufficienza. Lavoratori con un ruolo fragile, in una situazione così precaria (anche a questo livello), sono quelli che dovrebbero essere chiamati a dare supporto a persone che si trovano a loro volta in condizione di fragilità e ad alto rischio di esclusione.

Il conto di tutto questo si pagherà in un futuro molto prossimo: aumenteranno i cittadini sempre più in difficoltà che, crescendo, avranno bisogno sempre di maggiore assistenza, invece di diventare più autonomi e autosufficienti, con costi sempre crescenti per le istituzioni.

Lo stato dovrebbe promuovere la salute e il benessere di tutti i suoi cittadini, nessuno escluso. Paradossalmente invece favorisce l’aumento progressivo del disagio e proprio per quelle fasce di cittadini che avrebbero bisogno di maggiore attenzione per vedere garantiti i loro diritti: i lavoratori precari del sociale e le persone che dei loro servizi hanno bisogno. Per tutti questi cittadini una prospettiva di un futuro dignitoso non esiste.

Eppure nella nostra Costituzione è scritto: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa” (art. 36). E ancora: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). Nella convenzione ONU del 2008, che è diventata legge italiana il 3 marzo 2009 (legge n. 18) si possono leggere i principi validi per  tutti gli esseri umani, persone con disabilità comprese: “il rispetto per la dignità intrinseca, l’autonomia individuale, compresa la libertà di compiere le proprie scelte, e l’indipendenza delle persone; la non discriminazione; la piena ed effettiva partecipazione e inclusione nella società; il rispetto per la differenza e l’accettazione delle persone con disabilità come parte della diversità umana e dell’umanità stessa; la parità di opportunità; l’accessibilità; la parità tra uomini e donne; il rispetto dello sviluppo delle capacità dei minori con disabilità e il rispetto del diritto dei minori con disabilità a preservare la propria identità”.

Si tratta di contenuti alla base di una società civile fondata sulla democrazia. Certi diritti fondamentali non si possono più mettere in secondo piano sventolando il fantoccio della crisi e del bilancio sempre più in rosso. I diritti fondamentali non si possono garantire “a patto che i soldi ci siano”. E’ proprio vero il contrario piuttosto: dai diritti civili non si può prescindere, MAI: se i soldi per garantirli non sono sufficienti, si devono cercare e trovare.

E così, risparmiando oggi 4 o 5 euro -per esempio per il pasto di un AEC- si tolgono dignità ed uno strumento di lavoro ad un professionista e si priva di un’occasione di crescita un alunno. Cosa deriverà da una “piccola” mancanza (e quante sono oggi queste “piccole” mancanze) in futuro? E’ un po’ come la storia del battito delle ali di una farfalla.

E quando arriverà il ciclone, nessuno potrà permettersi di dire "non potevamo prevederlo".

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